L’Anarchia condivisa della Tribù lucana

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Si può condividere l’Anarchia?
L’Anarchia è figlia dell’Intuizione.
Perché?
Perché solo l’Intuizione è libera e non ha padroni; arriva e se ne va. Vive nel cervello e pure un po’ nel cuore, poi, va via. È un soffio veloce che lascia una scia: la Necessità di cambiare. È silenziosa.

L’Intuizione indossa un abito fresco, largo e senza asole: la Libertà di pensare. Nessuno, nei secoli dei secoli, potrà proibire all’uomo di pensare. E quando si pensa  alla Libertà, tutti i condizionamenti si frantumano e la dipendenza non ha ragione di esistere.

Possiamo condividere l’Intuizione? Certo. Si può persino regalare (“ti ho portato un… pensierino”).

Quando l’Intuizione è condivisibile? Quando può essere accettata da tutti senza che nessuno subisca conseguenze nefaste.

E allora, la condivisione diviene possibile e utile solo nella Musica. È mai morto qualcuno di Musica? Si è mai fatto male qualcuno a causa della Musica? È mai stato ucciso? Picchiato? Umiliato? Offeso?

A casa della Musica non esistono capi. Nemmeno la Musica è a capo di qualcosa o qualcuno: rifiuta l’idea che possa esserci un “padrone”. Ci sono numerosi generi musicali, mille modi per fare musica, ma nessuno prevale sull’altro; tutto è condivisibile.

Questo è il senso di Tribù Lucane: io  metto la chitarra, tu il basso, tu la voce, voi le percussioni e chi ascolta, l’orecchio. Non è mera partecipazione, poiché, non vi è l’esigenza rapsodica di fare. È sufficiente pensare, ascoltare per essere Tribù lucana (non per entrare, l’ingresso è libero!).

È come preparare una torta: ognuno aggiunge l’ingrediente che ha. Anche chi mangia, a modo suo, prepara.

L’Intuizione, in questo caso, è passata dalla testa di Graziano Accinni ed ha generato l’Anarchia Musicale: “Vedi, Grazia, Tribù Lucane è pura Anarchia musicale nel significato più greco possibile. Artisti che mettono a disposizione il proprio sapere e, se vogliono, il proprio brano che sarà mio, tuo, loro; sarà di chi vorrà partecipare ad un’anarchica collettività che, poi, alla fine, collettività non sarà mai, visto che è di tutti e di nessuno. Io ho capito che la Lucania è piena di anarchici, cioè di lucani sinceri che addirittura non hanno bisogno di regole o di parrocchie. Quelle parrocchie sgretolate, disseminate, infiniti orticelli che non diventeranno mai un unico campo. Ho sempre avuto, nel bene e nel male, un mio pensiero basato sull’uomo prima del professionista, prete, artista, dottore o contadino. Amo la musica ma pochi artisti, amo la chiesa ma pochi prelati. Mi interessa l’uomo in quanto tale. Voglio dare, senza niente in cambio. Lo voglio fare per l’anima immortale della Basilicata. Solo per questo. Con Tribù Lucane, la sfida di dimostrare che la Musica Etnica è mamma di tutte le musiche è vinta. ”.

Insomma, la divisione proprio non ci va.

L’Anarchia musicale è madre della condivisione ( “Libertà di condividere senza forzature o periodi”, mi ha detto Graziano).

Si può condividere l’Anarchia, poiché essa stessa è condivisione d’intenti.

La condivisione è necessariamente unione.

Vuoi vedere che siamo tutti uguali, alla fine?

Ché, poi, Tribù,  singolare o plurale, è uguale.

Grazia  Ragone

Dedicato a tutti i nostri amici, musicisti senza padrone che si sentono anarchici  almeno nello spirito (Grazia e Graziano).

l'amore nella musica lucana

L’Amore tra la musica lucana ed Hesse

Ma l’amore è una cosa triste o è una cosa allegra?

Hermann Hesse scriveva di un amore legato alla nostra capacità di sopportare il dolore:“più lo si patisce con dedizione, più ci rende forti”.

Per diventare forte, devo patire. Così amo?

Devo conoscere la mancanza, la disperazione, la gelosia, il letto vuoto, il desiderio del nulla. “Dare appuntamenti nell’aria”, parafrasando Sylvia Plath.

Allora, è una cosa triste, l’amore.

Come dire: ama e soffri bene.

Se devo soffrire, perché mi metto ad amare? Me ne sto per i fatti miei. Non è meglio? Faccio come il protagonista di quel romanzo di Gabriel Garcia Marquez: mi limito a godere dei piaceri carnali. Niente cuoricini e coinvolgimento ( ma funziona sempre? Persino il protagonista del romanzo si è innamorato a novant’anni!).

L’amore passa per la strada della sofferenza.

Si, è vero.

Chi ama soffre. È inevitabile.

Pensiamo agli “amori difficili” (quelli di Calvino?). Pensiamo a chi si ama in silenzio. Pensiamo all’amore non corrisposto.

Siamo in grado di amare tutta la vita, senza dirlo a nessuno. E, quindi, sappiamo soffrire tutta la vita. Senza dirlo a nessuno.

Anche l’amore felice ti fa soffrire.

Ti fa soffrire perché l’amore felice è quello che dà peso alle parole e alle distrazioni, ad uno sguardo non dato, a un saluto mancato. L’amore vero è quello profondo. E la profondità fa comunque parte dell’abisso. Quante volte un gesto della persona amata ci ha ferito? Nonostante tutto, amiamo. Continuiamo ad amare.

La musica lucana sa parlare dell’amore? Si, lo sa fare.

Nel canto popolare moliternese, “La Carrozza ri cirasieddu”, l’amore è amaro, sofferto come quello di Hesse. La donna si allontana (poiché costretta) dal suo amante traditore (“Pi n’amanti traditori/Mi ni partu sola sola”).

Sola, con il suo cappello e la gonna ampia (“vai vistuta da gran signora”), sulla nave che la porterà in America Latina.

Un ultimo sguardo all’Italia (“addio, addio Napuli bella”) e al suo amore che, nonostante la delusione, rimarrà sempre suo (“niente è chiù bellu chiù bellu r’ama”).

Parte con quella rassegnazione che non dovrebbe sfiorare mai il nobile sentimento (“Ma lu mio cori n’ha fatti tanti/Pe partire insieme a te”).

E allora, prima che il ripensamento giunga con tutta la sua debolezza, la fanciulla invoca il macchinista del vapore: “metti in moto la caldaia”.

L’amore che se ne va. E se ne va proprio quando vorremmo possederlo. Che dramma!

Consideriamo il ritornello del canto Garufalicchiu:

“Si cammini pi la via/

Io moiu ri gelusia”.  

L’uomo è lacerato, vedendo la donna desiderata camminare per strada, senza possibilità alcuna di avvicinarla.

La bella è un fiore non colto, che emana tutto il suo profumo e stordisce, o meglio, pervade il suo innamorato: “Garufalicchiu mio chi tanto adduri/ chu milli grazie mi trasisti in core”.

Sono versi profumati, non lontani da quelli (ben più recenti) di Darìo Jaramillo Agudelo:

Io odoro di te.

Mi perseguita il tuo odore, mi insegue e mi possiede (…)

E quell’alito essenziale mi sostituisce.

Ed è proprio nell’annullamento (sostituzione per Darìo Jaramillo Agudelo) nell’altro che l’amore è. Annullamento non come fine ma come inizio (L’amore è creazione, sosteneva Lou Salomé). Io annullo me stesso per rinascere con/in te e formare noi.

Quando capisco che nell’altro esisto, realizzo che l’altro sono io. E questa necessità di “invadere” il proprio amante è presente nei versi del brano popolare Garufalicchiu: “Io sugnu l’amori tuo e nun mi pui lassà” (io sono il tuo amore e non puoi lasciarmi, perché se mi lasci, tu non sei più). Io sono te e tu sei me.

Ecco perché non possiamo concepire molteplici amori: proprio perché noi siamo uno e uno è l’altro e, dunque, uno è il noi (“Si statu o primu e l’ultimu mio amori”). E la scelta è unica nell’esistenza di ognuno (“ci si tu sulu fiori de lu fiori”).

Attraverso l’amore per l’altro troviamo noi stessi (“Aveva amato e amando aveva trovato se stesso”, sempre Hesse).

Se l’amore tra due individui permette ‘alla coppia’ di divenire una sola entità, non bisogna, tuttavia, trascurare i luoghi che accolgono tale unione.

Pensiamo alla meraviglia di un incontro. Incontriamo la persona amata da qualche parte. Ecco: l’importanza del dove.

Ci innamoriamo e amiamo in un luogo.

Quel luogo accoglie, così, il nostro amore. Pertanto, l’amore assume un aspetto più ampio: non è più solo mera identificazione nell’altro. Diventa anche appartenenza ad uno spazio.

Come fare a non amare il dove che ha fatto da sfondo all’unione amorosa?

Si amano le persone e i luoghi che appartengono a quelle persone.

Io mi sono innamorata in Basilicata. Amo la Basilicata perché è la mia casa. E nella mia ‘casa’ c’è l’amore. E perché no, posso pure amare un arco o un marciapiede se sotto quell’arco o su quel marciapiede ho incontrato la persona che amo!

Ed è possibile comunicare al mondo intero questo amore per l’altro e per se stesso in un luogo ben preciso.

Questo è il senso del video “La Musica Lucana tra preghiere e canti d’amore”, un progetto di Graziano Accinni, regia di Mario Raele.

Un uomo di nome Graziano, con la sua chitarra, gira la Lucania.

Pensa all’amata mentre ascolta le note dell’arpa del Maestro moliternese Luigi Milano.

Sente l’appartenenza alla terra (che ama e dove ama) nel suono viscerale dei tamburi di Tricarico.

Contempla l’amore in una Cattedrale, quella di Acerenza, mediante l’invocazione a San Canio, poiché anche la preghiera è un atto d’amore: io prego per l’altro.

È un invito a godere dell’amore dove Amore è. In questo caso, si trova in Lucania.

Viviamo e amiamo”, Lucania mia!

L’Amore si canta, si vede e si vive.

E in nome di Amore, tutto si giustifica, sia in dialetto:

“Si mammata nu iurnu ti fa guerra/ Garufalicchiu mio chi tantu adduri/ ti dici ca pi mia supra la terra/ Ci si tu solu fiori de lu fiori”,

sia in francese:

Peu m’importent les problèmes/
Mon amour puisque tu m’aimes” (Hymne à l’Amour,
Édith Piaf).

L’ Amore non dovrebbe mai stare in silenzio.

Buon Anno con Amore e Grazia.   

carrozza

 

Foto V. Saracino

CANTI DI PASSIONE IN BASILICATA

Stabat Mater, “O mamma o mamma già ca si vinuta na stizza d’acqua  m’avisse purtata”, e poi arriva De André… 

Jacopone da Todi, Fabrizio De André e i canti lucani di Passione.

Epoche diverse, stili differenti, fede concepita in maniera strenuamente personale.

Eppure, così…uguali.

Cosa lega un religioso medioevale “impazzito d’amore per Cristo”, un affascinante cantautore genovese vicino alla poesia di Villon e i canti popolari urlati da donne corvine in processione a Sant’Arcangelo o a Barile, Lucania?

L’esigenza di sentirsi umani. La consapevolezza che tutto, prima o poi, anche l’esistenza (non la Vita) ha una fine.

Tutto scorre, tutto passa, cotidie mori, solo Cristo è morto un attimo e poi ha ripreso a vivere.

È morto Dante, è morto Cesare,  muoiono i canarini e  i pesci rossi, pure Foscolo che voleva rendere viva la Morte.

Cristo no.

E questo lo sanno tutti. Però, tutti sanno che Cristo ha anche sofferto.

E come è possibile?

Beh, era un uomo.

Non intendo cantare la gloria,né invocare la Grazia o il perdono di chi penso non fu altri che un uomo”, precisa  Fabrizio De André in “Si chiamava Gesù”. E, giusto qualche secolo prima di lui, il Cristo di Jacopone da Todi “moriva abbandonato da tutti, mentre esalava lo spirito”.  Continua a leggere

grazia ragone

E se Borges fosse venuto in Lucania?

“La ragione soltanto ha un senso univoco, e, come lei, la religione e la storia. Ma il senso dell’esistenza, come quello dell’arte e del linguaggio e dell’amore, è molteplice, all’infinito. Nel mondo dei contadini non c’è posto per la ragione, per la religione e per la storia. Non c’è posto per la religione, appunto perché tutto partecipa della divinità, perché tutto è, realmente e non simbolicamente, divino, il cielo come gli animali, Cristo come la capra. Tutto è magia naturale. Anche le cerimonie della chiesa diventano dei riti pagani, celebratori della indifferenziata esistenza delle cose, degli infiniti terrestri dèi del villaggio”.

(C. Levi, Cristo si è fermato ad Eboli).

 

“L’umanità del Figlio, seconda persona di Dio, poté gridare dalla croce:<<Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?>>; quella del Buddha, analogamente, poté spaventarsi delle forme che la sua stessa divinità aveva creato (…). Non mi sorprenderebbe che la mia narrazione della leggenda fosse leggendaria, fatta di verità sostanziale e di errori accidentali”.

( J.L. Borges, Forme di una leggenda).

 

No, Carlo Levi e Jorge Luis Borges non sarebbero andati d’accordo.

Coetanei o quasi (Borges più grande di tre anni rispetto a Levi), curiosi e sensibili entrambi. Con due pupille differenti.

Concreto il primo, “borgesiano” l’altro.

Levi aveva trovato il perimetro dell’orizzonte tra i Calanchi; Borges non sapeva nemmeno se il respiro fosse vero o fosse solo un’illusione data dall’idea del respiro stesso. Avrebbe preso una spiga pungente e provato a scoppiare le montagne e le colline e le nuvole come si fa con una bolla di sapone. Avrebbe lanciato un fico d’India contro il sole per bucarlo e sentire poi “sssss”.

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chiesa graziano 2

VENITE, VENITE IN…”LUCANIAM” (in treno)

-Chi siete e che cosa siete?- domandò Scrooge.
-Sono lo Spirito di Natale passato-.
(da Cantico di Natale, Charles Dickens).

I trenini di Natale e quelli di Capodanno. Sì, quelli di “Brigitte Bardot Bardot”. Ogni anno, partono per mete non definite e vagano per trecentosessantacinque giorni senza arrivare mai a destinazione: dove andranno? Una cosa è certa: sono sempre presenti durante le feste natalizie. Mi terrorizzano. Mi nascondo sempre quando intravedo i primi irriducibili che iniziano a comporre quella malefica fila. E, puntualmente, devo rifiutare il cortese invito dell’allegrone di turno che viene a scovarmi per prendermi il braccio, con forza sovrumana, deciso a catapultarmi nella mischia verticale.

È così, il Natale: un caleidoscopio. Ha tanti visi. Qualcuno ci piace, un altro no. E ha tante musiche. Tanti testi.

Ci sono i classici “laeti triumphantes”. Quelli dei trenini, appunto (AEIOUY) e poi, i testi religiosi della Lucania, quelli che il mio capostazione, Graziano Accinni,  mi ha fatto ascoltare. È stato come l’allegrone che mi coinvolge nei trenini di Brigitte Bardot. Non mi sono nascosta, però, questa volta; anzi, ho preso il “treno” e mi sono goduta il viaggio.

I brani che mi ha presentato sono quelli suonati sui “trenini della Basilicata”: partono dalla Val d’Agri e girano tutta la nostra Regione. Hanno una destinazione. Spaziale e temporale.

“Lu Crevu” è una sorta di preghiera minacciosa (“E lu Creu ri Natali chi l urici bbeni nn’avvi/ chi lu ssapi e nun lu rici si lu piglianu li nimici/ chi lu ssenti e nun lu mpara cinquant’anni ri pene amari”)   che si recita sino al periodo della Settimana Santa. Non sono le solite paroline dolci e colme di pace che ascoltiamo in Dicembre. I nostri avi avevano un amaro sapore.

Sarà questo lo Spirito di Natale passato?

Il Salvatore del mondo è nato povero, dunque, la nostra stessa condizione di poveri è giustificata: “E la notti ri Natali iè na festa principali/è natu nostru Signori/ ‘nda na misera mangiatora”. Si scorge una sottile nota teologica: se Natale è la festa più importante ed è l’esaltazione della povertà, poiché Gesù è nato nella miseria, allora, essere poveri ci avvicina alla salvezza.

Noto, con sorpresa, la presenza ingombrante dell’inquietudine in “Rusariu ri Natali”: “scioglimi ra sti peni, ra na furnace ardente, l’amore tuo putente e ri Maria/quannu la morte mia la tua presenza amata e l’anima mia beata in Paravisu”. Sconfigge quel luogo comune del “sentirsi obbligatoriamente bene a Natale”.

Nella “Nuvena ri Natali” di Moliterno si racconta la Natività con semplicità, come fanno i bambini durante le recite con l’asinello disegnato sul cartoncino: “quannu nascisti tu a Betlemme/ a notte e paria mienzu iuornu”.

Si intravede un’umanizzazione di Gesù, che la nascita ha avvicinato alla natura precaria dell’uomo: “adda fa nu bellu uaglioni/ s’adda chiamà Salvatori/ lu mittimu sopi a l’altari/ tutti l’angili a cantari”.

Leggo i testi e, idealmente, guardo fuori dal finestrino. Dall’altra parte della strada, mi salutano i componenti briosi del trenino di Brigitte Bardot. Corro dal mio capostazione e gli chiedo, per carità, di non fermare il nostro treno e di proseguire il viaggio: temo sempre quell’allegrone di turno che prova a strapparmi il braccio per scaraventarmi nella “ferrovia festosa”. È una lotta.

Tanto, vinciamo noi. Siamo più veloci e, soprattutto, abbiamo una meta: la Basilicata.

Auguri, Lucaniaeiouy!

CREVU RI NATALI RUSARIU RI NATALI

 

Live Lucania Libera

LIVE LIBERA LUCANIA: le tre “L” di “Pietro CiriLLo e i TarantaLucania”

Prendi Tricarico, pensa alla tradizione musicale ancestrale che, lì, riecheggia ininterrottamente da secoli, cerca dei ragazzi sorridenti innamorati della terra e che conoscono bene l’immenso patrimonio culturale del loro paese e del Sud, metti un po’ di umiltà, un pizzico di volontà, un cucchiaino di armonia, due chitarre, un basso, qualche tamburo e… la “PIETRanza” è pronta. Continua a leggere

ukulele e cirase

PER LE VIGNE DI VIGNOLA…Incontrai Ukulele Revolver

Danilo Vignola sembra uscito da un quadro parigino dell’Ottocento. Ricorda il Baudelaire de Lo Spleen di Parigi, silenzioso nel suo osservare, sensibile nel cogliere le sensazioni, passo dopo passo, durante le sue passeggiate verso la conoscenza, suggestivo nel saper comunicare. Anche Danilo, nota dopo nota, osserva, coglie e poi sperimenta, non con penna e calamaio, come faceva Charles Baudelaire, ma con il suo ukulele. Non a caso, quello che il ragazzo di Genzano di Lucania ha creato con quelle quattro corde del “chitarrino”, non è passato inosservato o, meglio, inascoltato, in tutto il mondo. Continua a leggere

ethnos a matera

Quando la chitarra parla lucano

A Matera il Trio Ethnos per i lucani nel mondo

Ore 4:30 del mattino. Suona la mia sveglia. Giacca, jeans, scarpe comode  e una corsa verso la piazza per prendere la “corriera” che mi porterà a Matera.
Non sono per niente assonnata. Metto le cuffiette e accendo il mio fedele Mp3. Dal finestrino, un’alba vivace, preludio di un giorno bello di fine maggio…

Craco e il suo paesaggio arido mi avvolgono, dolcemente, come sempre,  e Pisticci, con le sue casette bianche,  anticipa la Basentana.
E ancora, Ferrandina, il paese degli ulivi. E di mio padre…
Matera non è lontana. Continua a leggere